Antonio del Grande. Per un 'altro' seicento romano
344 pp. ill. b.n.
Sommario: Fuori dal Barocco, Presentazione di Salvatore Dierna - L'"altro" Seicento romano: un'apertura prospettica, Introduzione di Sandro Benedetti - Premessa - Capitolo I - Antonio Del Grande: un secentista fuori dal Barocco - Capitolo II - Le opere di architettura: Complesso edilizio ai Ss. Apostoli - Duomo di S. Barnaba in Marino - Villa Colonna alle Frattocchie, detta "della Sirena" - Carceri Nuove in via Giulia - Castello Colonna e Stalle Nuove in Genazzano - Ala del palazzo Pamphili su piazza del Collegio Romano - Campanile della chiesa di S. Pio in Genazzano - Palazzo Colonna in Paliano - Progetto per la chiesa di S. Maria Assunta in Rocca di Papa - Castel Mattia, detto "Castellaccio" - Capitolo III - L'attività tecnica e professionale - Capitolo IV - Gli interventi a scala urbana: Interventi a scala urbana in Marino - Interventi a scala urbana in Genazzano - Capitolo V - Le opere di incerta attribuzione: Palazzo Pamphili in Valmontone - Palazzo Pamphili in Nettuno - Palazzo Del Grillo in Roma - Collegio Bandinelli in via Giulia - Palazzo di Spagna in Roma - Opere varie nei domini storici della famiglia Colonna - Capitolo VI - Riflessioni sull'"altra" architettura del secolo del Barocco - Indici: Indice delle fonti bibliografiche - Indice delle fonti archivistiche - Indice dei luoghi, delle opere, delle istituzioni - Indice dei nomi di persona - Indice delle illustrazioni
Sulle prime, questo poderoso lavoro di Luca Maggi sembra semplicemente teso a chiarire l'apporto dato, nel dibattito architettonico del Seicento romano dall'emblematica anche se poco studiata figura di Antonio Del Grande; ci si rende poi conto, leggendo questo libro, di quanto questo attivissimo architetto sia stato poco valorizzato in quanto, in sostanza estraneo alla dominante temperie barocca di cui è intrisa la storiografia del periodo.
Il lavoro di Maggi, quindi, ci giunge oggi in qualche modo inaspettato.
Da lungo tempo la critica guarda al Seicento romano con la sicurezza e la consuetudine con cui si guarda un panorama magari suggestivo -ma ben noto- dalle finestre della propria abitazione: di esso si conosce tutto ciò che immediatamente appare, e si cercano dunque scorci e particolari più nascosti per una questione di passione insoluta o, più prosaicamente di completezza conoscitiva. Ecco allora la vasta saggistica, anche recente, ancora su Francesco Borromini e sugli altri principali innovatori dell'epoca, con attente riletture di eventi e grandi tematiche o, a volte, con stimolanti addizioni critiche. L'opera di Luca Maggi è diversa. A conti fatti, essa non è esattamente un ulteriore studio monografico su un pur originale artefice della Roma del Seicento. Diciamo piuttosto che, con l'occasione di un solido studio monografico su Del Grande, Maggi trova l'apertura per una nuova fase critica sull'intero periodo, superando l'accentazione esclusiva delle avanguardie a scapito della moltitudine 'silenziosa' di opere e operatori che contemporaneamente si muovono in una tenace tradizione, riconducibile, semmai, ad esperienze del secolo precedente.
Proprio in questo senso, l'indagine sulla personalità di Del Grande è partita innanzitutto da un compiuto studio su una mole significativa di materiale documentario sinora noto, o meglio, ignorato dalla critica, dedita principalmente allo studio della "tendenza egemone" del Seicento, cioè il Barocco. Da questo fondamentale lavoro di ricerca emergono chiaramente notizie di opere, vicende e tendenze del tutto inedite sulla vita e l'attività sia di Del Grande che di altri suoi contemporanei, ai quali, dopo la lettura di questo libro, restano quantomai strette le definizioni di "minori" o di generazione grigia" usate così spesso in passato. "Minori" nella loro cultura professionale o "minori" nella loro capacità creativa? E, nel primo caso, rispetto a quale altra cultura?
Rispetto a questa posizione critica -così fortemente innovativa- rischia quasi di restare in secondo piano la stessa oggettività del lavoro filologico svolto da Luca Maggi. La maggior parte delle opere di Del Grande, esaminate a partire dalle nuove acquisizioni documentarie, era sconosciuta o appena menzionata da alcune fonti bibliografiche. Da questo libro, Del Grande emerge come figura autonoma rispetto alla poetica dei principali maestri del Barocco, seppur vicino a costoro nelle ordinarie vicissitudini professionali, come con Borromini a S. Agnese. Le caratteristiche del suo operare determinano dunque uno specifico atteggiamento formativo, così da inserire la sua lunga attività tra quelle caratterizzanti, di fatto, il Seicento romano e laziale.
C'è da sperare che questo significativo lavoro di Luca Maggi imponga al dibattito architettonico sul Seicento la stessa svolta qui segnata: innanzitutto nel metodo, al fine di evitare posizioni critiche distanti dalla reale produzione architettonica, emergente anche dal vasto patrimonio documentario spesso tutto da scoprire; in secondo luogo nell'apertura alle possibili diversità, per non accomodarsi comunque su quelle stesse posizioni, ancorché inaridite.
Luca Maggi è nato a Roma; laureatosi in Architettura e diplomatosi Dottore di ricerca in Storia dell'architettura, ha svolto per alcuni anni attività di libero professionista. È attualmente Architetto Direttore di ruolo presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Lazio; è inoltre docente a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università dell'Aquila. Ha svolto studi e ricerche in particolare sull'architettura del Cinquecento e del Seicento romano e laziale. Tra le sue pubblicazioni: L. MAGGI, Giacomo Della Porta: il S. Paolo alle Tre Fontane, Bonsignori Ed., Roma 1996; L. MAGGI, Giovan Battista Contini e il palazzo Mancini al Corso in Roma, in "Palladio" n.° 23, gennaio-giugno 1999; L. MAGGI, L'architetto gesuita Benedetto Molli e il palazzo Pamphili in Valmontone, in "Palladio" n.° 24, giugno-dicembre 1999.